(…) e all’altezza del palazzo di Brera lo prese lo sgomento perché in questo preciso istante ha capito di essere completamente infelice senza nessuna possibilità di rimedio, una cosa assurda e idiota, tuttavia così vera e intensa che non trovava più requie. Ora si accorge che per quanto cerchi di ribellarsi, il pensiero di lei lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata, ogni cosa persona situazione lettura ricordo lo conduce fulmineamente a lei attraverso tortuosi e maligni riferimenti. Una specie di arsura interna in corrispondenza della bocca dello stomaco, su su verso lo sterno, una tensione immobile e dolorosa di tutto l’essere, come quando da un momento all’altro può accadere una cosa spaventosa e si rest inarcati allo spasimo, l’angoscia, l’ansia, l’umiliazione, il disperato bisogno, la debolezza, il desiderio, la malattia mescolati tutti insieme a formare un blocco, un patimento totale e compatto.

Un amore, Dino Buzzati

Come quando si ode dabbasso il cigolio del cancello e la casa è immensa, ci abitano centinaia di famiglie e all’ingresso è un continuo andirivieni eppure all’improvviso si sa che ad aprire il cancello è stata una persona la quale viene a cercarci.

Un amore, Dino Buzzati

Già in passato, più di una volta, aveva constatato la incredibile potenza dell’amore, capace di annodare, con infinita sagacia e pazienza, attraverso vertiginose catene di apparenti casi, due sottilissimi fili che si erano persi nella confusione della vita, da un capo all’altro del mondo.

Un amore, Dino Buzzati

Quando l’incontro con una ragazza era combinato, il corpo tutto cominciava ad aspettare, era uno stato doloroso ma insieme bellissimo, difficile da spiegare, quasi la sensazione di essere una vittima che si offriva interamente al sacrificio, l’intero corpo nudo, con abbandono e rigurgito di struggenti energie; le quali gli formicolavano in ogni parte delle membra e dei visceri e della carne. Una carica di forza tremenda, tutt’altro che bestiale e cieca, anzi, lirica e piena di turpitudini oscure.

Un amore, Dino Buzzati

Non so perché, ormai più di un paio di anni fa, lasciai interrotta la lettura di Un amore di Dino Buzzati, considerandolo uno dei rari errori d’acquisto da me commessi e confermando la mia idea sullo scrittore bellunese, famoso più che altro per Il deserto dei Tartari (1940), che non avevo amato. Durante la rilettura di questo romanzo, che inaspettatamente negli ultimi giorni mi ha rapito come raramente capita, ho (ri)trovato quel Buzzati complesso e profondo di cui all’epoca mi si parlava, riconoscendone la grandezza, la bellezza e la capacità - mai scontata - di indagare nel profondo delle passioni umane. Protagonista del libro è infatti Antonio Dorigo, un architetto alla soglia dei cinquanta che un giorno, nella casa d’appuntamenti dov’è solito andare, incontra Laide - ballerina giovanissima che sbarca il lunario facendo la prostituta. Immediatamente, insensatamente, se ne innamora al limite dell’ossessione e comincia con lei una specie di relazione a pagamento dentro la quale lui vorrebbe imprigionarla e della quale lei invece, per tutto il corso del libro, cerca di liberarsi. Piegato e piagato dalla quantità di sospetti, bugie e inganni di lei, Antonio rievoca la Lolita di Nabokov se possibile più moderna e ancora più spiccatamente sfacciata. Buzzati gli tiene dietro con una prosa alla ‘povero diavolo’, annusandone e indagandone fino allo strenuo le ansie, i timori, quella capacità di autodistruggersi che infliggono certe grandi passioni irrisolte. Un amore è un romanzo meraviglioso la cui intensità, certamente, non riuscirebbe a lasciare impassibile nessun ipotetico lettore. Cinque ciliegie.

Non so perché, ormai più di un paio di anni fa, lasciai interrotta la lettura di Un amore di Dino Buzzati, considerandolo uno dei rari errori d’acquisto da me commessi e confermando la mia idea sullo scrittore bellunese, famoso più che altro per Il deserto dei Tartari (1940), che non avevo amato. Durante la rilettura di questo romanzo, che inaspettatamente negli ultimi giorni mi ha rapito come raramente capita, ho (ri)trovato quel Buzzati complesso e profondo di cui all’epoca mi si parlava, riconoscendone la grandezza, la bellezza e la capacità - mai scontata - di indagare nel profondo delle passioni umane. Protagonista del libro è infatti Antonio Dorigo, un architetto alla soglia dei cinquanta che un giorno, nella casa d’appuntamenti dov’è solito andare, incontra Laide - ballerina giovanissima che sbarca il lunario facendo la prostituta. Immediatamente, insensatamente, se ne innamora al limite dell’ossessione e comincia con lei una specie di relazione a pagamento dentro la quale lui vorrebbe imprigionarla e della quale lei invece, per tutto il corso del libro, cerca di liberarsi. Piegato e piagato dalla quantità di sospetti, bugie e inganni di lei, Antonio rievoca la Lolita di Nabokov se possibile più moderna e ancora più spiccatamente sfacciata. Buzzati gli tiene dietro con una prosa alla ‘povero diavolo’, annusandone e indagandone fino allo strenuo le ansie, i timori, quella capacità di autodistruggersi che infliggono certe grandi passioni irrisolte. Un amore è un romanzo meraviglioso la cui intensità, certamente, non riuscirebbe a lasciare impassibile nessun ipotetico lettore. Cinque ciliegie.

Voglio molto bene a Leonardo Sciascia. Nei suoi romanzi che ho letto (non tutti, purtroppo, data la sua vasta produzione e il mio scarso tempo, che comunque cerco di dedicare a più autori possibili) vi ho sempre trovato, come marchio inconfondibile, una illuminante, perfida genialità, un modo di raccontare capace di tenerti con gli occhi incollati alle pagine, una spietata analisi del mondo (specie del suo, la Sicilia) realistica, affascinante e potente. Così come è potente A ciascuno il suo, opera che si configura come un romanzo giallo all’apparenza risolvibile in poche mosse, in cui il duplice omicidio di un farmacista e di un medico incontra la scontrosa omertà della gente di paese (siamo in provincia di Palermo) e, al contempo, suscita il sospetto di un timido professore di lettere, Paolo Laurana, deciso a fare chiarezza sul caso e ad intraprendere un solitario, brillante e pericoloso percorso d’indagine. Il libro fu tradotto in film da Elio Petri nel 1967, a circa un anno dalla sua pubblicazione; io ho avuto modo di vederlo proprio oggi e di scorgere, nella fedelissima interpretazione di Gian Maria Volonté, il drammatico e sempre più compromesso procedere del professore, che incarna pian piano la figura di un piccolo eroe indimenticabile. 
Quattro ciliegie.

Voglio molto bene a Leonardo Sciascia. Nei suoi romanzi che ho letto (non tutti, purtroppo, data la sua vasta produzione e il mio scarso tempo, che comunque cerco di dedicare a più autori possibili) vi ho sempre trovato, come marchio inconfondibile, una illuminante, perfida genialità, un modo di raccontare capace di tenerti con gli occhi incollati alle pagine, una spietata analisi del mondo (specie del suo, la Sicilia) realistica, affascinante e potente. Così come è potente A ciascuno il suo, opera che si configura come un romanzo giallo all’apparenza risolvibile in poche mosse, in cui il duplice omicidio di un farmacista e di un medico incontra la scontrosa omertà della gente di paese (siamo in provincia di Palermo) e, al contempo, suscita il sospetto di un timido professore di lettere, Paolo Laurana, deciso a fare chiarezza sul caso e ad intraprendere un solitario, brillante e pericoloso percorso d’indagine. Il libro fu tradotto in film da Elio Petri nel 1967, a circa un anno dalla sua pubblicazione; io ho avuto modo di vederlo proprio oggi e di scorgere, nella fedelissima interpretazione di Gian Maria Volonté, il drammatico e sempre più compromesso procedere del professore, che incarna pian piano la figura di un piccolo eroe indimenticabile. 

Quattro ciliegie.

Triste, solitario y final non è soltanto una bella citazione tratta da quel libro meraviglioso che è Il lungo addio di Raymond Chandler, ma è anche un romanzo, il primo, di Osvaldo Soriano, che non a caso si ispira proprio allo geniale scrittore americano per mettere in scena una storia buffa, intrigante e a tratti davvero spassosa che vuol essere un (serio) omaggio all’antieroico detective chandleriano Philip Marlowe e ad una lunga schiera di personaggi hollywoodiani, tra cui Stan Laurel e Oliver Hardy. La celebrazione di questi suoi miti perduti ha spinto Soriano all’irresistibile tentazione di entrare a far parte della storia, nel ruolo del bistrattato e insoddisfatto giornalista che era nella realtà, e a muoversi al fianco di Marlowe tra risse esagerate, party esclusivi (divertentissime le comparse di Charlie Chaplin, Mia Farrow, Jane Fonda e John Wayne), cimiteri e set cinematografici. Il ritmo efficace dei dialoghi e delle scene, la fedeltà quasi assoluta alle caratteristiche del cinico detective, i tocchi di nostalgia disseminati qui e lì rendono questo libro degno di essere letto, specie dagli ammiratori di Chandler. “Un sogno ad occhi aperti di Soriano che vale un lungo applauso”.
Quattro ciliegie.

Triste, solitario y final non è soltanto una bella citazione tratta da quel libro meraviglioso che è Il lungo addio di Raymond Chandler, ma è anche un romanzo, il primo, di Osvaldo Soriano, che non a caso si ispira proprio allo geniale scrittore americano per mettere in scena una storia buffa, intrigante e a tratti davvero spassosa che vuol essere un (serio) omaggio all’antieroico detective chandleriano Philip Marlowe e ad una lunga schiera di personaggi hollywoodiani, tra cui Stan Laurel e Oliver Hardy. La celebrazione di questi suoi miti perduti ha spinto Soriano all’irresistibile tentazione di entrare a far parte della storia, nel ruolo del bistrattato e insoddisfatto giornalista che era nella realtà, e a muoversi al fianco di Marlowe tra risse esagerate, party esclusivi (divertentissime le comparse di Charlie Chaplin, Mia Farrow, Jane Fonda e John Wayne), cimiteri e set cinematografici. Il ritmo efficace dei dialoghi e delle scene, la fedeltà quasi assoluta alle caratteristiche del cinico detective, i tocchi di nostalgia disseminati qui e lì rendono questo libro degno di essere letto, specie dagli ammiratori di Chandler. “Un sogno ad occhi aperti di Soriano che vale un lungo applauso”.

Quattro ciliegie.

Argo il cieco ovvero I sogni della memoria è, come suggerito dallo stesso Gesualdo Bufalino, un diario-romanzo scritto da un professore di lettere sessantenne, ormai in pensione, con lo scopo di rievocare la sua dantesca e lontana “vita nova” della giovinezza, e in particolare l’amore, non corrisposto ma ostinato, per la bella e lunatica Maria Venera, una figura sfacciata e pudica allo stesso tempo, ingarbugliata, a sua volta, in confuse manovre amorose. Il risultato è una stupenda immersione nella Sicilia dei primi anni ‘50, a Modica, città che lentamente accoglierà le piccole gioie e i grandi dispiaceri del nostro insegnante, il quale, alla luce dell’ennesimo rifiuto, definirà ironicamente se stesso “un pazzariello, un pupo d’amore" che preferisce riempirsi il cuore di sentimenti piuttosto che rinunciarvi, perché in qualche modo lo rendono libero, sfacciato, incline all’illusione della felicità. Un personaggio, il suo, che affida ad una falsa timidezza e ad un pizzico di inettitudine, oltre che ad una mente brillante intrisa di cultura classica, un fascino senza limiti, incorniciato dalla prosa particolarissima di Bufalino, ricca e variegata, imbevuta di perizia, ordinata, la stessa che mi conquistò quando lessi Diceria dell’untore.
Quattro ciliegie.

Argo il cieco ovvero I sogni della memoria è, come suggerito dallo stesso Gesualdo Bufalino, un diario-romanzo scritto da un professore di lettere sessantenne, ormai in pensione, con lo scopo di rievocare la sua dantesca e lontana “vita nova” della giovinezza, e in particolare l’amore, non corrisposto ma ostinato, per la bella e lunatica Maria Venera, una figura sfacciata e pudica allo stesso tempo, ingarbugliata, a sua volta, in confuse manovre amorose. Il risultato è una stupenda immersione nella Sicilia dei primi anni ‘50, a Modica, città che lentamente accoglierà le piccole gioie e i grandi dispiaceri del nostro insegnante, il quale, alla luce dell’ennesimo rifiuto, definirà ironicamente se stesso “un pazzariello, un pupo d’amore" che preferisce riempirsi il cuore di sentimenti piuttosto che rinunciarvi, perché in qualche modo lo rendono libero, sfacciato, incline all’illusione della felicità. Un personaggio, il suo, che affida ad una falsa timidezza e ad un pizzico di inettitudine, oltre che ad una mente brillante intrisa di cultura classica, un fascino senza limiti, incorniciato dalla prosa particolarissima di Bufalino, ricca e variegata, imbevuta di perizia, ordinata, la stessa che mi conquistò quando lessi Diceria dell’untore.

Quattro ciliegie.

Chissà cosa vuol dire amore. Eccoci qui, noi due, a domandarcelo senza risposta, vecchiogiovane con giovinetta, entrambi in corsa verso la medesima ICS, ma sparigliati come due parallele. Chissà se possono amarsi, due parallele. Innamorato di carriera, io, ma specialista in amori sbagliati, ogni parole, gesto o sentimento mi si trasforma in parodia di parola, di gesto, di sentimento; lei, dentro i suoi insondabili diciott’anni, le labbra dei suoi occhi mi dicono inutilmente di sì…

Gesualdo Bufalino - Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

Lo spiegai a Venera, una sera, quanto mi sentissi il cuore copioso d’amore per lei, per Modica, per tutto il mondo; glielo dissi che avevo il suo paese fin dentro le unghie, e quanto sentissi di somigliargli, e come amassi lei per il suo paese e il suo paese per lei, ch’erano la medesima cosa.

Gesualdo Bufalino - Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

Voglio la felicità, avevo deciso dentro di me il primo gennaio di quell’anno. Per un mese o per un’ora la voglio. E che era mai, in fondo, la felicità? Avevo pensato un tempo che nascesse dall’amare. Poi dall’essere amati. Ora mi convincevo che il suo fiore fosse vicino a sbocciare, pronto ad essere colto dalle mie dita, come il primo fiore di mandorlo, quel mattino della scommessa, dalla mano di Sauro Licausi… O non era forse, la felicità, il sentimento d’un tempo immobile e d’oro?

Gesualdo Bufalino - Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

Difficilmente, dai tempi di Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera mi era capitato tra le mani un autore (in questo caso autrice) che usasse talentuosamente la parola per raccontare con sapienza le luci, i colori e il vitalismo della letteratura ispanico-sudamericana. Ci erano riusciti Sandra Cisneros col suo Caramelo ed Heloneida Studart col suo irripetibile La libertà è un passero blu. Ebbene, La piazza del diamante, consiglio prezioso come il titolo che porta, è senz’altro un libro degno di avvicinarsi a questa piccola casta: non a caso, a tesserne le lodi, è proprio in copertina Márquez stesso, descrivendolo come «il romanzo più bello che sia stato mai pubblicato in Spagna dopo la guerra civile». Ambientato a Barcellona, La piazza del diamante fa della sua eroina Natàlia, una portavoce di autentica bellezza: se non sarà la storia a rendersi indimenticabile per il lettore (il suo ingresso nella vita adulta, dal fidanzamento con Quimet - bello, pazzo e scapestrato - alla guerra, alla sopravvivenza da donna matura con due figli da mantenere) ci penserà senz’altro il suo modo di raccontarla. Aprendo squarci di rara bellezza, Mercé Rodoreda costruisce situazioni palpabili, così vivide da risultare accecanti, al servizio di un romanzo complesso e lirico, comprensibilmente definito da Marco Lodoli un vero e proprio «capolavoro». Leggetelo. Cinque ciliegie. 

Difficilmente, dai tempi di Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera mi era capitato tra le mani un autore (in questo caso autrice) che usasse talentuosamente la parola per raccontare con sapienza le luci, i colori e il vitalismo della letteratura ispanico-sudamericana. Ci erano riusciti Sandra Cisneros col suo Caramelo ed Heloneida Studart col suo irripetibile La libertà è un passero blu. Ebbene, La piazza del diamante, consiglio prezioso come il titolo che porta, è senz’altro un libro degno di avvicinarsi a questa piccola casta: non a caso, a tesserne le lodi, è proprio in copertina Márquez stesso, descrivendolo come «il romanzo più bello che sia stato mai pubblicato in Spagna dopo la guerra civile». Ambientato a Barcellona, La piazza del diamante fa della sua eroina Natàlia, una portavoce di autentica bellezza: se non sarà la storia a rendersi indimenticabile per il lettore (il suo ingresso nella vita adulta, dal fidanzamento con Quimet - bello, pazzo e scapestrato - alla guerra, alla sopravvivenza da donna matura con due figli da mantenere) ci penserà senz’altro il suo modo di raccontarla. Aprendo squarci di rara bellezza, Mercé Rodoreda costruisce situazioni palpabili, così vivide da risultare accecanti, al servizio di un romanzo complesso e lirico, comprensibilmente definito da Marco Lodoli un vero e proprio «capolavoro». Leggetelo. Cinque ciliegie.