Gelato #2: Siamo buoni se siamo buoni, Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2014

Adesso io, non so come mai, mi vien da confessare una cosa che non ho mai detto a nessuno, e mi scuso di quest’impulso che non voglio frenare e per la totale mancanza i pudicizia, se così si può dire, ma io, per molto tempo, dopo che, con le donne, quelle cose lì che fan gli uomini con le donne, e anche le donne con gli uomini, e anche gli uomini con gli uomini e le donne con le donne, a dire il vero, ma insomma, dopo quella roba lì, ci siamo capiti, ecco io, per molto tempo, dopo che si faceva quella cosa lì, che generalmente a me piaceva, non dico che non mi piacesse, ecco io per molto tempo a me mi veniva da dire, la prima cosa dopo che era successa quella cosa lì, in quel momento lì dei respiri che senti il silenzio che si è fatto, tutto intorno, che sento il tuo corpo, che qualsiasi rumore, qualsiasi parola prende più senso di quel che ha di solito, a me, «Che ore abbiamo fatto?» mi veniva da chiedere. 
(…) si vede che Beckett era forse comunista anche lui, perché una volta aveva scritto che la speranza non è che un ciarlatano che non smette di imbrogliarci. «E, per me» aveva scritto Beckett «io ho cominciato a star bene solo quando l’ho persa. E il verso che Dante ha messo sulla porta dell’inferno, Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate, io» ha scritto Beckett «lo metterei sulla porta del paradiso».

Siamo buoni se siamo buoni, Paolo Nori

Dei libri, quando ero piccolo, mi piacevan le pagine bianche che ci sono alla fine. Mi sembravano una specie di regalo che mi sembrava bellissimo che si potesse rubare senza che se ne accorgesse nessuno.

Siamo buoni se siamo buoni, Paolo Nori

(…) e nei locali femminili, in quel fresco delle cucine, nella bianca meraviglia degli stenditoi, nel senso di pulito dei cassetti delle lenzuola, negli antibagni, misteriosi appartamenti di misteriose lavatrici, mi sarei sentito, dai quattordici anni in su, come uno straniero.

Siamo buoni se siamo buoni, Paolo Nori

Torna Ermanno Baistrocchi, l’ultimo alter ego di Paolo Nori che in Siamo buoni se siamo buoni fa parlare il superstite di un incidente stradale ancora una volta decisivo, come in Grandi Ustionati, per lo sviluppo di un nuovo, bellissimo romanzo. Ideale seguito di La banda del formaggio, quest’ultimo libro intreccia diversi sviluppi narrativi che coniugano trame di fantasia all’osservazione lirica della realtà. Un libro colmo della genialità e della sensibilità dell’ultimo Nori, incapace di deludere i fedelissimi e ancora assolutamente affascinante per coloro che hanno la fortuna di non conoscerlo ancora. Cinque ciliegie.

Torna Ermanno Baistrocchi, l’ultimo alter ego di Paolo Nori che in Siamo buoni se siamo buoni fa parlare il superstite di un incidente stradale ancora una volta decisivo, come in Grandi Ustionati, per lo sviluppo di un nuovo, bellissimo romanzo. Ideale seguito di La banda del formaggio, quest’ultimo libro intreccia diversi sviluppi narrativi che coniugano trame di fantasia all’osservazione lirica della realtà. Un libro colmo della genialità e della sensibilità dell’ultimo Nori, incapace di deludere i fedelissimi e ancora assolutamente affascinante per coloro che hanno la fortuna di non conoscerlo ancora. Cinque ciliegie.

Gelato #1: Limonov, Emmanuel Carrère, Adelphi, 2012

E così abbiamo esaurito l’ordine del giorno. Sono le quattro, si è fatto buio, si sente il ronzio del frigorifero. Eduard si guarda gli anelli alle dita, si accarezza il pizzetto da moschettiere: non siamo più in Vent’anni dopo, ma nel Visconte di Bragelonne. Io ho finito le domande e a lui non viene neanche in mente di rivolgermene una. Che so: su di me. Che cosa faccio, come vivo, se sono sposato, se ho figli. Se preferisco i paesi caldi o quelli freddi. Stendhal o Flaubert. Gli yogurt naturali o quelli alla frutta. Che tipi di libri scrivo, visto che sono uno scrittore. Eduard sostiene che l’interesse per gli altri fa parte del suo programma di vita e probabilmente si interesserebbe a me se mi avesse conosciuto in prigione, reo di un bel delitto con grande spargimento di sangue, ma non è questo il caso. In questo caso, sono il suo biografo: io lo interrogo, lui risponde; quando ha finito di rispondere, Eduard resta in silenzio guardandosi gli anelli e aspetta la domanda successiva. Penso che non ho nessuna voglia di sorbirmi svariate ore di conversazione del genere, che me la caverò benissimo con quello che ho. Mi alzo, lo ringrazio per il caffè e per il tempo che mi ha dedicato, e alla fine, quando sono ormai sulla porta, una domanda me la fa: «È strano, però. Perché vuole scrivere un libro su di me?». Sono colto di sorpresa ma rispondo, con sincerità: perché ha – o ha avuto, non ricordo più il tempo che ho usato – una vita appassionante. Una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha accettato il rischio di calarsi nella storia. E a questo punto Eduard dice qualcosa che mi lascia di sasso. Con la sua risatina brusca, senza guardarmi: «Già, una vita di merda». 

 

Limonov è un romanzo potentissimo. Uno di quei romanzi i cui strascichi sono destinati ad accompagnarti ben oltre i momenti di lettura e ben oltre il giorno in cui lo termini, dispiaciuto e con un po’ di amaro in bocca. Ad attirare verso il libro, oltre il titolo così minimalista e insieme autorevole, è la foto di copertina scelta dai tipi dell’Adelphi, che ritrae il nostro eroe seduto alla scrivania, con la mano poggiata alla macchina da scrivere e lo sguardo duro e fiero, lo stesso che avrebbe spinto Emmanuel Carrère, qui nelle vesti del suo biografo, ad ammettere che “non c’era in lui la minima traccia di bontà”. Eduard Limonov, personaggio a noi contemporaneo – probabilmente conosciuto ai più per le rocambolesche peripezie politiche del Partito Nazional Bolscevico, di cui è fondatore, e per la sua netta opposizione al governo Putin  – finisce sotto la lente di ingrandimento dello scrittore francese perché, come egli stesso riconosce, la sua vita spericolata e movimentatissima si lega con forza alle redini della Storia e, nella sua incredibile grandiosità, tra scelte discutibili, comportamenti tutt’altro che esemplari e decisive svolte del destino, riesce ad insegnare. Trovo che la fedeltà con la quale Carrère abbia abbozzato, elaborato e infine creato la storia di Limonov sia il primo fattore di reale e sincero apprezzamento che gli deve il lettore: sarebbe stato facile, infatti, cedere alla tentazione di romanzare gli avvenimenti di un’esistenza come quella del protagonista, di un uomo venuto al mondo con il solo obiettivo di fuggire dal deprimente universo della piccola città sulle rive del Volga dove è nato, per intraprendere il progetto di una vita libera, pericolosa, controcorrente; un uomo il cui fortissimo istinto lo porterà ovunque, da New York a Parigi, da Sarajevo a Mosca, guidato sempre da un senso di lealtà verso se stesso malgrado i cambiamenti di scena, di mestiere, di sfondi politici; un uomo che, paradossalmente, dato il suo disprezzo per la normalità e la monotonia, è pronto a vivere amori intensi, addirittura morbosi, che poi si riveleranno devastanti. La scrittura di Carrère, concreta e irriverente, lontana da eccessivi lirismi, restituisce appieno lo spirito controverso e vigoroso di Limonov, senza esimersi da utili spiegazioni (perlopiù legate alla storia dell’Unione Sovietica, nella seconda parte del romanzo) e da considerazioni personali. A spiccare, tra le pagine, sono i meravigliosi capitoli dedicati ai tre anni di prigionia a Lefortovo, Saratov e Engel’s, dove il protagonista pare denudarsi e mostrare il suo lato più vulnerabile, quindi inedito, senza rinunciare al rigore e alle virtù intellettuali che lo contraddistinguono. Nel bene o nel male, Limonov è destinato a lasciare il segno.
Quattro ciliegie.

Limonov è un romanzo potentissimo. Uno di quei romanzi i cui strascichi sono destinati ad accompagnarti ben oltre i momenti di lettura e ben oltre il giorno in cui lo termini, dispiaciuto e con un po’ di amaro in bocca. Ad attirare verso il libro, oltre il titolo così minimalista e insieme autorevole, è la foto di copertina scelta dai tipi dell’Adelphi, che ritrae il nostro eroe seduto alla scrivania, con la mano poggiata alla macchina da scrivere e lo sguardo duro e fiero, lo stesso che avrebbe spinto Emmanuel Carrère, qui nelle vesti del suo biografo, ad ammettere che “non c’era in lui la minima traccia di bontà”. Eduard Limonov, personaggio a noi contemporaneo – probabilmente conosciuto ai più per le rocambolesche peripezie politiche del Partito Nazional Bolscevico, di cui è fondatore, e per la sua netta opposizione al governo Putin – finisce sotto la lente di ingrandimento dello scrittore francese perché, come egli stesso riconosce, la sua vita spericolata e movimentatissima si lega con forza alle redini della Storia e, nella sua incredibile grandiosità, tra scelte discutibili, comportamenti tutt’altro che esemplari e decisive svolte del destino, riesce ad insegnare. Trovo che la fedeltà con la quale Carrère abbia abbozzato, elaborato e infine creato la storia di Limonov sia il primo fattore di reale e sincero apprezzamento che gli deve il lettore: sarebbe stato facile, infatti, cedere alla tentazione di romanzare gli avvenimenti di un’esistenza come quella del protagonista, di un uomo venuto al mondo con il solo obiettivo di fuggire dal deprimente universo della piccola città sulle rive del Volga dove è nato, per intraprendere il progetto di una vita libera, pericolosa, controcorrente; un uomo il cui fortissimo istinto lo porterà ovunque, da New York a Parigi, da Sarajevo a Mosca, guidato sempre da un senso di lealtà verso se stesso malgrado i cambiamenti di scena, di mestiere, di sfondi politici; un uomo che, paradossalmente, dato il suo disprezzo per la normalità e la monotonia, è pronto a vivere amori intensi, addirittura morbosi, che poi si riveleranno devastanti. La scrittura di Carrère, concreta e irriverente, lontana da eccessivi lirismi, restituisce appieno lo spirito controverso e vigoroso di Limonov, senza esimersi da utili spiegazioni (perlopiù legate alla storia dell’Unione Sovietica, nella seconda parte del romanzo) e da considerazioni personali. A spiccare, tra le pagine, sono i meravigliosi capitoli dedicati ai tre anni di prigionia a Lefortovo, Saratov e Engel’s, dove il protagonista pare denudarsi e mostrare il suo lato più vulnerabile, quindi inedito, senza rinunciare al rigore e alle virtù intellettuali che lo contraddistinguono. Nel bene o nel male, Limonov è destinato a lasciare il segno.

Quattro ciliegie.

Leciliegieparlano: Nasce la nuova sezione «I Gelati»
Ottobre è mese di cambiamenti. Abbiamo deciso di inserire una piccola novità nel sito, che consisterà nel fornire ai nostri lettori un assaggio dei libri che proponiamo. Liberamente ispirata agli Assaggi di minimum fax, nella nostra sezione I Gelati vi proporremo un estratto per ogni libro che recensiremo, per permettervi un contatto più da vicino con la scrittura degli autori che valuteremo nei prossimi mesi. Ogni articolo sarà contrassegnato con il tag #igelati e sarà quindi più facile da trovare all’interno del nostro sito. 
Grazie a coloro che anche quest’autunno avranno voglia di leggerci e di darci fiducia, alla vecchia guardia e a quelli che sono appena arrivati. Grazie a quelli che verranno. Che sia un autunno meraviglioso. 
Ciliegie in tasca, Giorgia & Gaia 

Leciliegieparlano: Nasce la nuova sezione «I Gelati»

Ottobre è mese di cambiamenti. Abbiamo deciso di inserire una piccola novità nel sito, che consisterà nel fornire ai nostri lettori un assaggio dei libri che proponiamo. Liberamente ispirata agli Assaggi di minimum fax, nella nostra sezione I Gelati vi proporremo un estratto per ogni libro che recensiremo, per permettervi un contatto più da vicino con la scrittura degli autori che valuteremo nei prossimi mesi. Ogni articolo sarà contrassegnato con il tag #igelati e sarà quindi più facile da trovare all’interno del nostro sito. 

Grazie a coloro che anche quest’autunno avranno voglia di leggerci e di darci fiducia, alla vecchia guardia e a quelli che sono appena arrivati. Grazie a quelli che verranno. Che sia un autunno meraviglioso. 

Ciliegie in tasca, 
Giorgia & Gaia 

È il corpo nudo e coperto di sangue di Clara Salvemini, ritrovato ai piedi di un autosilo, ad aprire La ferocia, nuovo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi 2014). Arichiviato come suicidio, l’episodio richiama l’attenzione sulla già nota famiglia Salvemini, vera e propria istituzione, nella Bari dei nostri giorni, del settore edilizio. Una famiglia italiana di imprenditori, la cui fama nasconde senza troppi misteri imbrogli e ammanicamenti con i centri del potere meridionale e nazionale. La vicenda dell’oscura morte di Clara - trentacinquenne cocainomane, conosciuta per le numerose frequentazioni maschili - si porta dietro una spirale di oscurità, e soprattutto richiama in città Michele, unico, tra i quattro figli di Vincenzo Salvemini, ad essersi estraniato da una vita di lusso e di perversione, l’unico ad essere fuggito dalle seduzioni e dalle trappole del potere. Accantonando le frequentate velleità del noir, Lagioia offre al lettore uno scenario che non risparmia tanto la crudezza quanto il lirismo, svelando con violenza e malinconia le fragilità e le spietatezze dei protagonisti del nostro presente. Il suo talento narrativo, ormai totalmente maturo, conosce un’accuratezza ai limiti del morboso, che durante la lettura spinge - in qualche modo - addirittura all’autoerotismo. Un romanzo meraviglioso, autenticamente degno dei riconoscimenti che gli auguro possa ricevere. Cinque ciliegie.

È il corpo nudo e coperto di sangue di Clara Salvemini, ritrovato ai piedi di un autosilo, ad aprire La ferocia, nuovo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi 2014). Arichiviato come suicidio, l’episodio richiama l’attenzione sulla già nota famiglia Salvemini, vera e propria istituzione, nella Bari dei nostri giorni, del settore edilizio. Una famiglia italiana di imprenditori, la cui fama nasconde senza troppi misteri imbrogli e ammanicamenti con i centri del potere meridionale e nazionale. La vicenda dell’oscura morte di Clara - trentacinquenne cocainomane, conosciuta per le numerose frequentazioni maschili - si porta dietro una spirale di oscurità, e soprattutto richiama in città Michele, unico, tra i quattro figli di Vincenzo Salvemini, ad essersi estraniato da una vita di lusso e di perversione, l’unico ad essere fuggito dalle seduzioni e dalle trappole del potere. Accantonando le frequentate velleità del noir, Lagioia offre al lettore uno scenario che non risparmia tanto la crudezza quanto il lirismo, svelando con violenza e malinconia le fragilità e le spietatezze dei protagonisti del nostro presente. Il suo talento narrativo, ormai totalmente maturo, conosce un’accuratezza ai limiti del morboso, che durante la lettura spinge - in qualche modo - addirittura all’autoerotismo. Un romanzo meraviglioso, autenticamente degno dei riconoscimenti che gli auguro possa ricevere. Cinque ciliegie.

Sono finiti i tempi di Roma e di Un amore. Me lo aspettavo, ma non ho voluto dare spazio al cinismo, comprando Animali (topi gatti cani e mia sorella) di Ugo Cornia, romanzo che per quanto mi riguarda si è macchiato di due crimini non indifferenti: non essere all’altezza dei suoi predecessori, e rappresentare scomodamente un affresco tutt’altro che animalista - a discapito del fuorviante titolo. Questa serie di capitoli - che conserva perfettamente lo stile (palesemente vicino a Paolo Nori) del modenese classe ‘65 - vuol rappresentare attraverso racconti in prima persona, un’esposizione del rapporto Cornia-mondo animale. Con aneddoti disparati ma tutto sommato ripetitivi e terribilmente poco interessanti, quest’ultimo romanzo è molto lontano dall’apparire anche solo vagatamente sentimentale o intimo, com’era stato invece per la trilogia uscita dal 1998 al 2004. Tutt’altro: appare un Cornia quasi feroce, oscillante tra il qualunquismo e l’inaspettata indelicatezza, nonostante i vaghi tentativi di giustificare (forse) alcune delle sue superficialità con la scusa di un sentimento generale di ‘ruvidezza rurale’, appartenenete - a quanto pare - tanto all’autore quanto ai suoi famigliari e conoscenti. Spiace dirlo, ma per romanzi del genere l’abbattimento degli alberi è un crimine imperdonabile. Due ciliegie.

Sono finiti i tempi di Roma e di Un amore. Me lo aspettavo, ma non ho voluto dare spazio al cinismo, comprando Animali (topi gatti cani e mia sorella) di Ugo Cornia, romanzo che per quanto mi riguarda si è macchiato di due crimini non indifferenti: non essere all’altezza dei suoi predecessori, e rappresentare scomodamente un affresco tutt’altro che animalista - a discapito del fuorviante titolo. Questa serie di capitoli - che conserva perfettamente lo stile (palesemente vicino a Paolo Nori) del modenese classe ‘65 - vuol rappresentare attraverso racconti in prima persona, un’esposizione del rapporto Cornia-mondo animale. Con aneddoti disparati ma tutto sommato ripetitivi e terribilmente poco interessanti, quest’ultimo romanzo è molto lontano dall’apparire anche solo vagatamente sentimentale o intimo, com’era stato invece per la trilogia uscita dal 1998 al 2004. Tutt’altro: appare un Cornia quasi feroce, oscillante tra il qualunquismo e l’inaspettata indelicatezza, nonostante i vaghi tentativi di giustificare (forse) alcune delle sue superficialità con la scusa di un sentimento generale di ‘ruvidezza rurale’, appartenenete - a quanto pare - tanto all’autore quanto ai suoi famigliari e conoscenti. Spiace dirlo, ma per romanzi del genere l’abbattimento degli alberi è un crimine imperdonabile. Due ciliegie.

«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».
Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.
Zoom Info
«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».
Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.
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«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».

Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.

Interessante esordio comprato per caso, D’estate i gatti si annoiano è il primo giallo firmato Philippe Georget, un “romanzo da ombrellone” per definizione, che mette in scena per la prima volta un personaggio insolito: l’ispettore Sebag, lavoratore indefesso ma anche marito apprensivo e padre premuroso. Primo episodio di quella che diventerà una serie di noir investigativi, Sebag è alle prese con omicidi diversi,  legati tra loro da un dettaglio: la nazionalità (olandese) delle giovani vittime. Perdonandogli le ingenuità dell’esordio, che l’autore accetta di sottoporre al lettore e di cui il romanzo non fa mistero, questo libro merita un’accoglienza incoraggiante, se non altro per la capacità - fondamentale nel genere - di coinvolgere il lettore con una struttura trascinante e picchi di tensione. Un piccolo gioiellino edito e/o, adattissimo alle letture estive e fugaci. Quattro ciliegie.

Interessante esordio comprato per caso, D’estate i gatti si annoiano è il primo giallo firmato Philippe Georget, un “romanzo da ombrellone” per definizione, che mette in scena per la prima volta un personaggio insolito: l’ispettore Sebag, lavoratore indefesso ma anche marito apprensivo e padre premuroso. Primo episodio di quella che diventerà una serie di noir investigativi, Sebag è alle prese con omicidi diversi,  legati tra loro da un dettaglio: la nazionalità (olandese) delle giovani vittime. Perdonandogli le ingenuità dell’esordio, che l’autore accetta di sottoporre al lettore e di cui il romanzo non fa mistero, questo libro merita un’accoglienza incoraggiante, se non altro per la capacità - fondamentale nel genere - di coinvolgere il lettore con una struttura trascinante e picchi di tensione. Un piccolo gioiellino edito e/o, adattissimo alle letture estive e fugaci. Quattro ciliegie.