Una storia semplice è forse il romanzo giallo più celebre di Leonardo Sciascia. Pubblicato nell’89, dopo due anni conosce una fedele versione cinematografica ad opera di Emidio Greco, con protagonista, tra gli altri, un Gian Maria Volonté intensissimo, scavato nel volto, nei panni di un professore d’italiano coinvolto nelle indagini di un delitto. Il titolo è emblematico ma fuorviante: nelle poche ma fitte pagine che compongono la vicenda, tutto viene raccontato fuorché una storia semplice e di facile comprensione: un delitto, appunto, dai risvolti apparentemente chiari, ma che grazie all’astuzia di un brillante brigadiere si dimostra ben altro, ovvero un fattaccio misterioso in cui sono coinvolti uomini insospettabili. Inutile dirlo, il teatro della storia è la solita, crudele e negligente Sicilia, dalla quale Sciascia sviscera, con la consueta precisione chirurgica della sua penna, il male più radicato e spietato. La sua scrittura corre rapida, si dedica a poche descrizioni e a brevi dialoghi perfetti; la soluzione del delitto rimane nell’aria, sfiora la mente del lettore, crea tensione, fino a mostrarsi, nelle ultime pagine, in tutta la sua scabrosa verità. Un giallo mitico, insomma, bellissimo e appassionante come tutti i libri di Sciascia. 
Cinque ciliegie.

Una storia semplice è forse il romanzo giallo più celebre di Leonardo Sciascia. Pubblicato nell’89, dopo due anni conosce una fedele versione cinematografica ad opera di Emidio Greco, con protagonista, tra gli altri, un Gian Maria Volonté intensissimo, scavato nel volto, nei panni di un professore d’italiano coinvolto nelle indagini di un delitto. Il titolo è emblematico ma fuorviante: nelle poche ma fitte pagine che compongono la vicenda, tutto viene raccontato fuorché una storia semplice e di facile comprensione: un delitto, appunto, dai risvolti apparentemente chiari, ma che grazie all’astuzia di un brillante brigadiere si dimostra ben altro, ovvero un fattaccio misterioso in cui sono coinvolti uomini insospettabili. Inutile dirlo, il teatro della storia è la solita, crudele e negligente Sicilia, dalla quale Sciascia sviscera, con la consueta precisione chirurgica della sua penna, il male più radicato e spietato. La sua scrittura corre rapida, si dedica a poche descrizioni e a brevi dialoghi perfetti; la soluzione del delitto rimane nell’aria, sfiora la mente del lettore, crea tensione, fino a mostrarsi, nelle ultime pagine, in tutta la sua scabrosa verità. Un giallo mitico, insomma, bellissimo e appassionante come tutti i libri di Sciascia. 

Cinque ciliegie.

Delle volte le bancarelle dei libri usati nascondono gioiellini preziosi. Come questo volume dell’Einaudi che raccoglie novantuno lettere scritte da Beppe Fenoglio dal 1940 al 1962, un corpus notevole, insomma, che giorno dopo giorno porta il lettore alla conoscenza, inedita e certamente più confidenziale, del famoso scrittore piemontese. A sorprendere, nella prima parte della raccolta, è la ferma padronanza di linguaggio che Fenoglio dimostra fin dagli anni giovanili, una competenza di cui pare essere assolutamente consapevole, e che lo spinge ad essere, nei confronti dei suoi più cari amici, un po’ “bacchettone”, ma senza perdere una buona dose di pungente sarcasmo: Se la memoria m’assiste, scrive ad un amico di infanzia, tu possiedi un diploma di maturità classica, no? Allora fammi il santo piacere di scrivere «ce l’ho»con l’indispensabile apostrofo e non «ce lo». La seconda parte dell’opera è invece dedicata al lungo carteggio intrattenuto con la Einaudi e la Garzanti, e in particolar modo con Italo Calvino e Pietro Citati, rispettivamente impegnati nelle due case editrici. Interessante è evidenziare, a mio parere, l’importanza delle lettere che Fenoglio e Calvino si sono indirizzati, perché stanno a testimoniare la nascita, oltre che di una fiduciosa collaborazione professionale, di un’amicizia intensa e piena di rispetto, memore del comune passato da partigiani. Non a caso Calvino sarà uno dei suoi ultimi destinatari, assieme ai pochi intimi a cui Fenoglio dedicherà una manciata di biglietti di addio dall’ospedale delle Molinette di Torino, dove fu ricoverato e dove morì a causa di un cancro. 
Un piccolo libro-rivelazione su un uomo che mai avrei immaginato così dedito al mestiere di scrivere; un uomo schivo, ironico e metodico insieme, che per natura sfugge di continuo al mondo, partecipandovi solo con le sue opere. Quattro ciliegie.

Delle volte le bancarelle dei libri usati nascondono gioiellini preziosi. Come questo volume dell’Einaudi che raccoglie novantuno lettere scritte da Beppe Fenoglio dal 1940 al 1962, un corpus notevole, insomma, che giorno dopo giorno porta il lettore alla conoscenza, inedita e certamente più confidenziale, del famoso scrittore piemontese. A sorprendere, nella prima parte della raccolta, è la ferma padronanza di linguaggio che Fenoglio dimostra fin dagli anni giovanili, una competenza di cui pare essere assolutamente consapevole, e che lo spinge ad essere, nei confronti dei suoi più cari amici, un po’ “bacchettone”, ma senza perdere una buona dose di pungente sarcasmo: Se la memoria m’assiste, scrive ad un amico di infanzia, tu possiedi un diploma di maturità classica, no? Allora fammi il santo piacere di scrivere «ce l’ho»con l’indispensabile apostrofo e non «ce lo». La seconda parte dell’opera è invece dedicata al lungo carteggio intrattenuto con la Einaudi e la Garzanti, e in particolar modo con Italo Calvino e Pietro Citati, rispettivamente impegnati nelle due case editrici. Interessante è evidenziare, a mio parere, l’importanza delle lettere che Fenoglio e Calvino si sono indirizzati, perché stanno a testimoniare la nascita, oltre che di una fiduciosa collaborazione professionale, di un’amicizia intensa e piena di rispetto, memore del comune passato da partigiani. Non a caso Calvino sarà uno dei suoi ultimi destinatari, assieme ai pochi intimi a cui Fenoglio dedicherà una manciata di biglietti di addio dall’ospedale delle Molinette di Torino, dove fu ricoverato e dove morì a causa di un cancro. 

Un piccolo libro-rivelazione su un uomo che mai avrei immaginato così dedito al mestiere di scrivere; un uomo schivo, ironico e metodico insieme, che per natura sfugge di continuo al mondo, partecipandovi solo con le sue opere. Quattro ciliegie.

Cara Anna Maria,

oggi ho sentito una nuova canzone, nuova almeno per me, con una musica che un poco ti somiglia. Non posso descriverla, ma soltanto e molto bene sentirla.

Beppe Fenoglio - Lettere 1940-1962

Mi sto particolarmente affezionando ai mortai. I’m getting sentimental over mortars. Credo che a guerra finita dovrò comprarmene uno di seconda mano. Me lo porterò a casa sottobraccio. E gli perdonerò evangelisticamente le svariate consegne che m’è costato. E leggermente l’ungerò d’olio d’oliva, giorno per giorno. E settimanalmente ci farò su i miei bravi tiri, sugli argini del Tanaro. Anche se dovrò stipendiare vecchi sfaccendati per tener sgombro il campo di tiro.
Ora sto celiando, ma, sai Rhine che son nero? Vorrei poter tornare in Liceo. A costo di risottostare alle catastrofiche, diluviali interrogazioni di Barbet, in dove l’algebra e la fisica si risolvevano da me in poesia ermetica.

Beppe Fenoglio - Lettere 1940-1962

Ci sono tutti. Manca solo Jep Gambardella. Ho riso al cospetto di questo brillante commento fatto da un lettore su Anobii riguardo Bartleby e compagnia, il libricino piacevolissimo e spassoso del controverso scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas. La trama, infatti, vede l’autore celarsi sotto le vesti di un impiegato piuttosto svogliato che, presa una pausa dal lavoro con la scusa di essere ricaduto nella depressione, decide letteralmente di isolarsi dal resto del mondo per dare vita al progetto di un’opera molto particolare: un libro fatto di note, più o meno lunghe, su tutti quegli scrittori che, nell’apice della loro carriera o nella luce promettente degli esordi, hanno deciso di coltivare l’arte del categorico rifiuto tanto cara al celebre personaggio melvilliano, emblema della negazione. Una negazione che, nel loro caso, contrasta con il loro immenso talento. E così, in una sapiente miscela di citazioni, aneddoti e ricordi che ingolosirebbero qualsiasi buon lettore, si alternano note su Rimbaud, sui personaggi di Kafka (Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dal suo ufficio, neppure la domenica), sul Monsieur Teste di Valéry, su Cervantes, su Carlo Emilio Gadda (questi, invece, affetto da una sindrome di Bartleby al contrario, dal momento che lasciava interrotti i suoi romanzi a causa della sua tendenza a scrivere all’infinito) e, all’interno di una parentesi dedicata all’arte, sul genio di Marcel Duchamp. Il susseguirsi dei piccoli capitoli, scritti con una prosa lineare e intrigante, fa sì che la lettura risulti veloce e leggera senza perdere d’interesse, anche perché tante sono le storie di scrittori meno conosciuti. Un libro consigliato vivamente a tutti gli amanti dei classici e a chi, come me, è riuscito ad affezionarsi al disarmante Bartleby di Melville.
Quattro ciliegie.

Ci sono tutti. Manca solo Jep Gambardella. Ho riso al cospetto di questo brillante commento fatto da un lettore su Anobii riguardo Bartleby e compagnia, il libricino piacevolissimo e spassoso del controverso scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas. La trama, infatti, vede l’autore celarsi sotto le vesti di un impiegato piuttosto svogliato che, presa una pausa dal lavoro con la scusa di essere ricaduto nella depressione, decide letteralmente di isolarsi dal resto del mondo per dare vita al progetto di un’opera molto particolare: un libro fatto di note, più o meno lunghe, su tutti quegli scrittori che, nell’apice della loro carriera o nella luce promettente degli esordi, hanno deciso di coltivare l’arte del categorico rifiuto tanto cara al celebre personaggio melvilliano, emblema della negazione. Una negazione che, nel loro caso, contrasta con il loro immenso talento. E così, in una sapiente miscela di citazioni, aneddoti e ricordi che ingolosirebbero qualsiasi buon lettore, si alternano note su Rimbaud, sui personaggi di Kafka (Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dal suo ufficio, neppure la domenica), sul Monsieur Teste di Valéry, su Cervantes, su Carlo Emilio Gadda (questi, invece, affetto da una sindrome di Bartleby al contrario, dal momento che lasciava interrotti i suoi romanzi a causa della sua tendenza a scrivere all’infinito) e, all’interno di una parentesi dedicata all’arte, sul genio di Marcel Duchamp. Il susseguirsi dei piccoli capitoli, scritti con una prosa lineare e intrigante, fa sì che la lettura risulti veloce e leggera senza perdere d’interesse, anche perché tante sono le storie di scrittori meno conosciuti. Un libro consigliato vivamente a tutti gli amanti dei classici e a chi, come me, è riuscito ad affezionarsi al disarmante Bartleby di Melville.

Quattro ciliegie.

Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie. 

Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie

Che gran calore in quella risata, come se fosse in grado di abbracciare qualcuno anche dalla parte opposta di una stanza.

La maestra dei colori, Aimee Bender

(…) immaginare di conoscere un’altra persona è difficilissimo. Passare per la stessa identica sequenza di cose. Dire le stesse frasi che ormai ho già detto tante volte: le grandi dichiarazioni, le solenni rivelazioni sulla mia infanzia e sul mio carattere. Il cauto svelare le proprie insicurezze. Tutte cose che ho già detto, e che a tutt’oggi restano piazzate nella testa di persone che se ne stanno chissà dove a viversi vite delle quali non posso più far parte.

La maestra dei colori, Aimee Bender

Con La maestra dei colori ho letto davvero tutto di Aimee Bender, scrittrice statunitense ed esordiente ormai sedici anni fa, che nel tempo ho potuto scoprire, adorare e recensire in questo sito. L’amo così tanto che continuo a comprare i suoi libri di racconti, sperando che prima o poi si convinca a scrivere un terzo romanzo (dopo Un segno invisibile e mio e L’inconfondibile tristezza della torta al limone, che sono tra i libri più belli che ho letto negli ultimi tre anni). Così le do sempre fiducia, vincendo per lei la mia ritrosia verso il genere del racconto, quello con cui si è fatta conoscere e continua ancora a farsi apprezzare ma che secondo me, in qualche modo, la rende costantemente incompleta. In questa raccolta di 15 pezzi, il suo eclettismo si rende ancora più palese che in antologie come Creature ostinate o La ragazza con la gonna in fiamme/Grida il mio nome: la Bender arriva addirittura a confrontarsi col fiabesco o quello che in quarta di copertina viene generosamente definito “realismo magico”. All’interno di queste storie vivono e si muovono personaggi struggenti e tormentati, che l’autrice sa guidare con sapienza e consapevolezza. Ma dovendoli abbandonare sempre troppo presto e riconoscendogli, di tanto in tanto, dei naturali momenti di stanca, mi chiedo quando potrò godere di un’altra opera lunga e completa, il genere in cui - a mio parere - tutto il talento di questa scrittrice può esprimersi al meglio. Nel frattempo il mio giudizio di fronte a questa nuova raccolta rimane, purtroppo, nuovamente e ancora un po’ freddo. Tre ciliegie. 

Con La maestra dei colori ho letto davvero tutto di Aimee Bender, scrittrice statunitense ed esordiente ormai sedici anni fa, che nel tempo ho potuto scoprire, adorare e recensire in questo sito. L’amo così tanto che continuo a comprare i suoi libri di racconti, sperando che prima o poi si convinca a scrivere un terzo romanzo (dopo Un segno invisibile e mio e L’inconfondibile tristezza della torta al limone, che sono tra i libri più belli che ho letto negli ultimi tre anni). Così le do sempre fiducia, vincendo per lei la mia ritrosia verso il genere del racconto, quello con cui si è fatta conoscere e continua ancora a farsi apprezzare ma che secondo me, in qualche modo, la rende costantemente incompleta. In questa raccolta di 15 pezzi, il suo eclettismo si rende ancora più palese che in antologie come Creature ostinate o La ragazza con la gonna in fiamme/Grida il mio nome: la Bender arriva addirittura a confrontarsi col fiabesco o quello che in quarta di copertina viene generosamente definito “realismo magico”. All’interno di queste storie vivono e si muovono personaggi struggenti e tormentati, che l’autrice sa guidare con sapienza e consapevolezza. Ma dovendoli abbandonare sempre troppo presto e riconoscendogli, di tanto in tanto, dei naturali momenti di stanca, mi chiedo quando potrò godere di un’altra opera lunga e completa, il genere in cui - a mio parere - tutto il talento di questa scrittrice può esprimersi al meglio. Nel frattempo il mio giudizio di fronte a questa nuova raccolta rimane, purtroppo, nuovamente e ancora un po’ freddo. Tre ciliegie. 

Pensai: non mi devo dimenticare che la realtà è una ressa, niente di semplice, niente di chiaro, strato su strato senza nessun ordine se non l’ordine che riusciamo ad inventarci.

Fare scene (Una storia di cinema), Domenico Starnone

Sono stato a occhio e croce come i bambini di cui parla Coleridge, che giocano a rimproverare i fiori fingendo che non siano fiori ma bambini cattivi, e per farlo come si deve ricorrono alle parole con cui sono stati loro stessi sgridati e frustati.

Fare scene (Una storia di cinema), Domenico Starnone

La mia passione per Domenico Starnone ha radici lontane, quando ormai due anni fa mi capitò tra le mani Autobiografia erotica di Aristide Gambía, un romanzo meraviglioso, inaspettato e forse ingiustamente poco conosciuto. Starnone, vincitore tra l’altro dello Strega nel 2001 con Via Gemito, in Fare scene (Una storia di cinema) torna indietro nel tempo per raccontare - in questo breve romanzo-saggio - com’è nata la sua passione per il cinema. Diviso in tre sezioni ‘cinematografiche’, questo libro contiene uno sguardo recente e antico sulla settima arte, sul suo avvento nel dopoguerra italiano ma anche sulla costruzione moderna del lavoro sui film. Un esercizio di bella scrittura che prepara il terreno ad una piacevole lettura, scorrevole, intelligente e a volte tenera. Quattro ciliegie. 

La mia passione per Domenico Starnone ha radici lontane, quando ormai due anni fa mi capitò tra le mani Autobiografia erotica di Aristide Gambía, un romanzo meraviglioso, inaspettato e forse ingiustamente poco conosciuto. Starnone, vincitore tra l’altro dello Strega nel 2001 con Via Gemito, in Fare scene (Una storia di cinema) torna indietro nel tempo per raccontare - in questo breve romanzo-saggio - com’è nata la sua passione per il cinema. Diviso in tre sezioni ‘cinematografiche’, questo libro contiene uno sguardo recente e antico sulla settima arte, sul suo avvento nel dopoguerra italiano ma anche sulla costruzione moderna del lavoro sui film. Un esercizio di bella scrittura che prepara il terreno ad una piacevole lettura, scorrevole, intelligente e a volte tenera. Quattro ciliegie