È il corpo nudo e coperto di sangue di Clara Salvemini, ritrovato ai piedi di un autosilo, ad aprire La ferocia, nuovo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi 2014). Arichiviato come suicidio, l’episodio richiama l’attenzione sulla già nota famiglia Salvemini, vera e propria istituzione, nella Bari dei nostri giorni, del settore edilizio. Una famiglia italiana di imprenditori, la cui fama nasconde senza troppi misteri imbrogli e ammanicamenti con i centri del potere meridionale e nazionale. La vicenda dell’oscura morte di Clara - trentacinquenne cocainomane, conosciuta per le numerose frequentazioni maschili - si porta dietro una spirale di oscurità, e soprattutto richiama in città Michele, unico, tra i quattro figli di Vincenzo Salvemini, ad essersi estraniato da una vita di lusso e di perversione, l’unico ad essere fuggito dalle seduzioni e dalle trappole del potere. Accantonando le frequentate velleità del noir, Lagioia offre al lettore uno scenario che non risparmia tanto la crudezza quanto il lirismo, svelando con violenza e malinconia le fragilità e le spietatezze dei protagonisti del nostro presente. Il suo talento narrativo, ormai totalmente maturo, conosce un’accuratezza ai limiti del morboso, che durante la lettura spinge - in qualche modo - addirittura all’autoerotismo. Un romanzo meraviglioso, autenticamente degno dei riconoscimenti che gli auguro possa ricevere. Cinque ciliegie.

È il corpo nudo e coperto di sangue di Clara Salvemini, ritrovato ai piedi di un autosilo, ad aprire La ferocia, nuovo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi 2014). Arichiviato come suicidio, l’episodio richiama l’attenzione sulla già nota famiglia Salvemini, vera e propria istituzione, nella Bari dei nostri giorni, del settore edilizio. Una famiglia italiana di imprenditori, la cui fama nasconde senza troppi misteri imbrogli e ammanicamenti con i centri del potere meridionale e nazionale. La vicenda dell’oscura morte di Clara - trentacinquenne cocainomane, conosciuta per le numerose frequentazioni maschili - si porta dietro una spirale di oscurità, e soprattutto richiama in città Michele, unico, tra i quattro figli di Vincenzo Salvemini, ad essersi estraniato da una vita di lusso e di perversione, l’unico ad essere fuggito dalle seduzioni e dalle trappole del potere. Accantonando le frequentate velleità del noir, Lagioia offre al lettore uno scenario che non risparmia tanto la crudezza quanto il lirismo, svelando con violenza e malinconia le fragilità e le spietatezze dei protagonisti del nostro presente. Il suo talento narrativo, ormai totalmente maturo, conosce un’accuratezza ai limiti del morboso, che durante la lettura spinge - in qualche modo - addirittura all’autoerotismo. Un romanzo meraviglioso, autenticamente degno dei riconoscimenti che gli auguro possa ricevere. Cinque ciliegie.

Sono finiti i tempi di Roma e di Un amore. Me lo aspettavo, ma non ho voluto dare spazio al cinismo, comprando Animali (topi gatti cani e mia sorella) di Ugo Cornia, romanzo che per quanto mi riguarda si è macchiato di due crimini non indifferenti: non essere all’altezza dei suoi predecessori, e rappresentare scomodamente un affresco tutt’altro che animalista - a discapito del fuorviante titolo. Questa serie di capitoli - che conserva perfettamente lo stile (palesemente vicino a Paolo Nori) del modenese classe ‘65 - vuol rappresentare attraverso racconti in prima persona, un’esposizione del rapporto Cornia-mondo animale. Con aneddoti disparati ma tutto sommato ripetitivi e terribilmente poco interessanti, quest’ultimo romanzo è molto lontano dall’apparire anche solo vagatamente sentimentale o intimo, com’era stato invece per la trilogia uscita dal 1998 al 2004. Tutt’altro: appare un Cornia quasi feroce, oscillante tra il qualunquismo e l’inaspettata indelicatezza, nonostante i vaghi tentativi di giustificare (forse) alcune delle sue superficialità con la scusa di un sentimento generale di ‘ruvidezza rurale’, appartenenete - a quanto pare - tanto all’autore quanto ai suoi famigliari e conoscenti. Spiace dirlo, ma per romanzi del genere l’abbattimento degli alberi è un crimine imperdonabile. Due ciliegie.

Sono finiti i tempi di Roma e di Un amore. Me lo aspettavo, ma non ho voluto dare spazio al cinismo, comprando Animali (topi gatti cani e mia sorella) di Ugo Cornia, romanzo che per quanto mi riguarda si è macchiato di due crimini non indifferenti: non essere all’altezza dei suoi predecessori, e rappresentare scomodamente un affresco tutt’altro che animalista - a discapito del fuorviante titolo. Questa serie di capitoli - che conserva perfettamente lo stile (palesemente vicino a Paolo Nori) del modenese classe ‘65 - vuol rappresentare attraverso racconti in prima persona, un’esposizione del rapporto Cornia-mondo animale. Con aneddoti disparati ma tutto sommato ripetitivi e terribilmente poco interessanti, quest’ultimo romanzo è molto lontano dall’apparire anche solo vagatamente sentimentale o intimo, com’era stato invece per la trilogia uscita dal 1998 al 2004. Tutt’altro: appare un Cornia quasi feroce, oscillante tra il qualunquismo e l’inaspettata indelicatezza, nonostante i vaghi tentativi di giustificare (forse) alcune delle sue superficialità con la scusa di un sentimento generale di ‘ruvidezza rurale’, appartenenete - a quanto pare - tanto all’autore quanto ai suoi famigliari e conoscenti. Spiace dirlo, ma per romanzi del genere l’abbattimento degli alberi è un crimine imperdonabile. Due ciliegie.

«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».
Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.
Zoom Info
«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».
Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.
Zoom Info

«La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma «ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile».

Vincitore del Premio Pulitzer 2014, Il cardellino è un imponente e complesso capolavoro firmato Donna Tartt, un romanzo di formazione [e di distruzione] sensazionale, in cui si intrecciano temi e generi variegati. Al suo centro, narratore in prima persona, c’è Theodore Decker, protagonista spesso, che l’autrice consegna totalmente al lettore mostrandone chiaroscuri e complessità, gioie e dolori, lati oscuri e fragilità. Adolescente di Manhattan e giovanissimo orfano di madre in seguito ad un attentato in un museo, Theo diventa un antiquario di successo dopo essere stato sballottato tra diverse famiglie, tutte un po’ speciali; il suo viaggio - cruciale, commovente, rabbiosamente tormentato e talvolta patetico e controverso, è segnato da un segreto che diventa il vero e proprio simbolo del libro, riguardante il dipinto di Carel Fabritius, datato 1654. Tra New York, Las Vegas e Amsterdam, Il cardellino è un’opera completamente meritevole dei suoi molteplici riconoscimenti, un libro difficile da abbandonare dalla prosa complessa e magistralmente strutturata; colmo di dettagli apparentemente inutili - senza i quali non sarebbe quello che è - questo gioiello della narrativa racchiude sorprendentemente tutte le qualità che rendono un’opera completa e indimenticabile. Cinque ciliegie.

Interessante esordio comprato per caso, D’estate i gatti si annoiano è il primo giallo firmato Philippe Georget, un “romanzo da ombrellone” per definizione, che mette in scena per la prima volta un personaggio insolito: l’ispettore Sebag, lavoratore indefesso ma anche marito apprensivo e padre premuroso. Primo episodio di quella che diventerà una serie di noir investigativi, Sebag è alle prese con omicidi diversi,  legati tra loro da un dettaglio: la nazionalità (olandese) delle giovani vittime. Perdonandogli le ingenuità dell’esordio, che l’autore accetta di sottoporre al lettore e di cui il romanzo non fa mistero, questo libro merita un’accoglienza incoraggiante, se non altro per la capacità - fondamentale nel genere - di coinvolgere il lettore con una struttura trascinante e picchi di tensione. Un piccolo gioiellino edito e/o, adattissimo alle letture estive e fugaci. Quattro ciliegie.

Interessante esordio comprato per caso, D’estate i gatti si annoiano è il primo giallo firmato Philippe Georget, un “romanzo da ombrellone” per definizione, che mette in scena per la prima volta un personaggio insolito: l’ispettore Sebag, lavoratore indefesso ma anche marito apprensivo e padre premuroso. Primo episodio di quella che diventerà una serie di noir investigativi, Sebag è alle prese con omicidi diversi,  legati tra loro da un dettaglio: la nazionalità (olandese) delle giovani vittime. Perdonandogli le ingenuità dell’esordio, che l’autore accetta di sottoporre al lettore e di cui il romanzo non fa mistero, questo libro merita un’accoglienza incoraggiante, se non altro per la capacità - fondamentale nel genere - di coinvolgere il lettore con una struttura trascinante e picchi di tensione. Un piccolo gioiellino edito e/o, adattissimo alle letture estive e fugaci. Quattro ciliegie.

«Si può amare qualcuno e sentirne mortalmente la mancanza.»
Una ricca famiglia (i Denbe) viene misteriosamente rapita in una serata qualunque. Un caso di ordinaria amministrazione o quasi per la Polizia del New Hampshire, se non fosse per un piccolo, insolito particolare: nessuna richiesta di riscatto. Ad indagare, le formidabili Tessa Leoni e D.D. Warren, che Lisa Gardner aveva presentato ai suoi lettori già con La vicina e A chi vuoi bene?, stavolta al fianco di nuovi - anche se meno appassionanti - poliziotti. Tutti concentrati nello svolgere il bandolo della matassa: dove sono Libby, Ashley e Justin? Casalinga annoiata e dipendente dagli antidepressivi lei, adolescente piena di segreti la figlia e poi, naturalmente, il padre ricco, il marito apparentemente ideale: un grande classico di Lisa, che in questo romanzo, come negli altri, tiene alta e presente (anche) la tematica delle “donne-vittima”, che non mancano mai nei suoi gialli. Ogni tassello al suo posto; se non fosse che, al suo terzo tentativo, quest’ultimo Toccata e fuga appare floscio e perfino, a tratti, fastidiosamente prevedibile; un giallo che sì, conserva alcuni dei punti di forza della scrittrice americana (scorrevolezza, narrativa ben definitiva e solida) ma svela il disperato bisogno di novità e nerbo, - mancanze che hanno definitivamente freddato il mio giudizio. Tre ciliegie.

«Si può amare qualcuno e sentirne mortalmente la mancanza.»

Una ricca famiglia (i Denbe) viene misteriosamente rapita in una serata qualunque. Un caso di ordinaria amministrazione o quasi per la Polizia del New Hampshire, se non fosse per un piccolo, insolito particolare: nessuna richiesta di riscatto. Ad indagare, le formidabili Tessa Leoni e D.D. Warren, che Lisa Gardner aveva presentato ai suoi lettori già con La vicina e A chi vuoi bene?, stavolta al fianco di nuovi - anche se meno appassionanti - poliziotti. Tutti concentrati nello svolgere il bandolo della matassa: dove sono Libby, Ashley e Justin? Casalinga annoiata e dipendente dagli antidepressivi lei, adolescente piena di segreti la figlia e poi, naturalmente, il padre ricco, il marito apparentemente ideale: un grande classico di Lisa, che in questo romanzo, come negli altri, tiene alta e presente (anche) la tematica delle “donne-vittima”, che non mancano mai nei suoi gialli. Ogni tassello al suo posto; se non fosse che, al suo terzo tentativo, quest’ultimo Toccata e fuga appare floscio e perfino, a tratti, fastidiosamente prevedibile; un giallo che sì, conserva alcuni dei punti di forza della scrittrice americana (scorrevolezza, narrativa ben definitiva e solida) ma svela il disperato bisogno di novità e nerbo, - mancanze che hanno definitivamente freddato il mio giudizio. Tre ciliegie.

Una storia semplice è forse il romanzo giallo più celebre di Leonardo Sciascia. Pubblicato nell’89, dopo due anni conosce una fedele versione cinematografica ad opera di Emidio Greco, con protagonista, tra gli altri, un Gian Maria Volonté intensissimo, scavato nel volto, nei panni di un professore d’italiano coinvolto nelle indagini di un delitto. Il titolo è emblematico ma fuorviante: nelle poche ma fitte pagine che compongono la vicenda, tutto viene raccontato fuorché una storia semplice e di facile comprensione: un delitto, appunto, dai risvolti apparentemente chiari, ma che grazie all’astuzia di un brillante brigadiere si dimostra ben altro, ovvero un fattaccio misterioso in cui sono coinvolti uomini insospettabili. Inutile dirlo, il teatro della storia è la solita, crudele e negligente Sicilia, dalla quale Sciascia sviscera, con la consueta precisione chirurgica della sua penna, il male più radicato e spietato. La sua scrittura corre rapida, si dedica a poche descrizioni e a brevi dialoghi perfetti; la soluzione del delitto rimane nell’aria, sfiora la mente del lettore, crea tensione, fino a mostrarsi, nelle ultime pagine, in tutta la sua scabrosa verità. Un giallo mitico, insomma, bellissimo e appassionante come tutti i libri di Sciascia. 
Cinque ciliegie.

Una storia semplice è forse il romanzo giallo più celebre di Leonardo Sciascia. Pubblicato nell’89, dopo due anni conosce una fedele versione cinematografica ad opera di Emidio Greco, con protagonista, tra gli altri, un Gian Maria Volonté intensissimo, scavato nel volto, nei panni di un professore d’italiano coinvolto nelle indagini di un delitto. Il titolo è emblematico ma fuorviante: nelle poche ma fitte pagine che compongono la vicenda, tutto viene raccontato fuorché una storia semplice e di facile comprensione: un delitto, appunto, dai risvolti apparentemente chiari, ma che grazie all’astuzia di un brillante brigadiere si dimostra ben altro, ovvero un fattaccio misterioso in cui sono coinvolti uomini insospettabili. Inutile dirlo, il teatro della storia è la solita, crudele e negligente Sicilia, dalla quale Sciascia sviscera, con la consueta precisione chirurgica della sua penna, il male più radicato e spietato. La sua scrittura corre rapida, si dedica a poche descrizioni e a brevi dialoghi perfetti; la soluzione del delitto rimane nell’aria, sfiora la mente del lettore, crea tensione, fino a mostrarsi, nelle ultime pagine, in tutta la sua scabrosa verità. Un giallo mitico, insomma, bellissimo e appassionante come tutti i libri di Sciascia. 

Cinque ciliegie.

Delle volte le bancarelle dei libri usati nascondono gioiellini preziosi. Come questo volume dell’Einaudi che raccoglie novantuno lettere scritte da Beppe Fenoglio dal 1940 al 1962, un corpus notevole, insomma, che giorno dopo giorno porta il lettore alla conoscenza, inedita e certamente più confidenziale, del famoso scrittore piemontese. A sorprendere, nella prima parte della raccolta, è la ferma padronanza di linguaggio che Fenoglio dimostra fin dagli anni giovanili, una competenza di cui pare essere assolutamente consapevole, e che lo spinge ad essere, nei confronti dei suoi più cari amici, un po’ “bacchettone”, ma senza perdere una buona dose di pungente sarcasmo: Se la memoria m’assiste, scrive ad un amico di infanzia, tu possiedi un diploma di maturità classica, no? Allora fammi il santo piacere di scrivere «ce l’ho»con l’indispensabile apostrofo e non «ce lo». La seconda parte dell’opera è invece dedicata al lungo carteggio intrattenuto con la Einaudi e la Garzanti, e in particolar modo con Italo Calvino e Pietro Citati, rispettivamente impegnati nelle due case editrici. Interessante è evidenziare, a mio parere, l’importanza delle lettere che Fenoglio e Calvino si sono indirizzati, perché stanno a testimoniare la nascita, oltre che di una fiduciosa collaborazione professionale, di un’amicizia intensa e piena di rispetto, memore del comune passato da partigiani. Non a caso Calvino sarà uno dei suoi ultimi destinatari, assieme ai pochi intimi a cui Fenoglio dedicherà una manciata di biglietti di addio dall’ospedale delle Molinette di Torino, dove fu ricoverato e dove morì a causa di un cancro. 
Un piccolo libro-rivelazione su un uomo che mai avrei immaginato così dedito al mestiere di scrivere; un uomo schivo, ironico e metodico insieme, che per natura sfugge di continuo al mondo, partecipandovi solo con le sue opere. Quattro ciliegie.

Delle volte le bancarelle dei libri usati nascondono gioiellini preziosi. Come questo volume dell’Einaudi che raccoglie novantuno lettere scritte da Beppe Fenoglio dal 1940 al 1962, un corpus notevole, insomma, che giorno dopo giorno porta il lettore alla conoscenza, inedita e certamente più confidenziale, del famoso scrittore piemontese. A sorprendere, nella prima parte della raccolta, è la ferma padronanza di linguaggio che Fenoglio dimostra fin dagli anni giovanili, una competenza di cui pare essere assolutamente consapevole, e che lo spinge ad essere, nei confronti dei suoi più cari amici, un po’ “bacchettone”, ma senza perdere una buona dose di pungente sarcasmo: Se la memoria m’assiste, scrive ad un amico di infanzia, tu possiedi un diploma di maturità classica, no? Allora fammi il santo piacere di scrivere «ce l’ho»con l’indispensabile apostrofo e non «ce lo». La seconda parte dell’opera è invece dedicata al lungo carteggio intrattenuto con la Einaudi e la Garzanti, e in particolar modo con Italo Calvino e Pietro Citati, rispettivamente impegnati nelle due case editrici. Interessante è evidenziare, a mio parere, l’importanza delle lettere che Fenoglio e Calvino si sono indirizzati, perché stanno a testimoniare la nascita, oltre che di una fiduciosa collaborazione professionale, di un’amicizia intensa e piena di rispetto, memore del comune passato da partigiani. Non a caso Calvino sarà uno dei suoi ultimi destinatari, assieme ai pochi intimi a cui Fenoglio dedicherà una manciata di biglietti di addio dall’ospedale delle Molinette di Torino, dove fu ricoverato e dove morì a causa di un cancro. 

Un piccolo libro-rivelazione su un uomo che mai avrei immaginato così dedito al mestiere di scrivere; un uomo schivo, ironico e metodico insieme, che per natura sfugge di continuo al mondo, partecipandovi solo con le sue opere. Quattro ciliegie.

Cara Anna Maria,

oggi ho sentito una nuova canzone, nuova almeno per me, con una musica che un poco ti somiglia. Non posso descriverla, ma soltanto e molto bene sentirla.

Beppe Fenoglio - Lettere 1940-1962

Mi sto particolarmente affezionando ai mortai. I’m getting sentimental over mortars. Credo che a guerra finita dovrò comprarmene uno di seconda mano. Me lo porterò a casa sottobraccio. E gli perdonerò evangelisticamente le svariate consegne che m’è costato. E leggermente l’ungerò d’olio d’oliva, giorno per giorno. E settimanalmente ci farò su i miei bravi tiri, sugli argini del Tanaro. Anche se dovrò stipendiare vecchi sfaccendati per tener sgombro il campo di tiro.
Ora sto celiando, ma, sai Rhine che son nero? Vorrei poter tornare in Liceo. A costo di risottostare alle catastrofiche, diluviali interrogazioni di Barbet, in dove l’algebra e la fisica si risolvevano da me in poesia ermetica.

Beppe Fenoglio - Lettere 1940-1962

Ci sono tutti. Manca solo Jep Gambardella. Ho riso al cospetto di questo brillante commento fatto da un lettore su Anobii riguardo Bartleby e compagnia, il libricino piacevolissimo e spassoso del controverso scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas. La trama, infatti, vede l’autore celarsi sotto le vesti di un impiegato piuttosto svogliato che, presa una pausa dal lavoro con la scusa di essere ricaduto nella depressione, decide letteralmente di isolarsi dal resto del mondo per dare vita al progetto di un’opera molto particolare: un libro fatto di note, più o meno lunghe, su tutti quegli scrittori che, nell’apice della loro carriera o nella luce promettente degli esordi, hanno deciso di coltivare l’arte del categorico rifiuto tanto cara al celebre personaggio melvilliano, emblema della negazione. Una negazione che, nel loro caso, contrasta con il loro immenso talento. E così, in una sapiente miscela di citazioni, aneddoti e ricordi che ingolosirebbero qualsiasi buon lettore, si alternano note su Rimbaud, sui personaggi di Kafka (Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dal suo ufficio, neppure la domenica), sul Monsieur Teste di Valéry, su Cervantes, su Carlo Emilio Gadda (questi, invece, affetto da una sindrome di Bartleby al contrario, dal momento che lasciava interrotti i suoi romanzi a causa della sua tendenza a scrivere all’infinito) e, all’interno di una parentesi dedicata all’arte, sul genio di Marcel Duchamp. Il susseguirsi dei piccoli capitoli, scritti con una prosa lineare e intrigante, fa sì che la lettura risulti veloce e leggera senza perdere d’interesse, anche perché tante sono le storie di scrittori meno conosciuti. Un libro consigliato vivamente a tutti gli amanti dei classici e a chi, come me, è riuscito ad affezionarsi al disarmante Bartleby di Melville.
Quattro ciliegie.

Ci sono tutti. Manca solo Jep Gambardella. Ho riso al cospetto di questo brillante commento fatto da un lettore su Anobii riguardo Bartleby e compagnia, il libricino piacevolissimo e spassoso del controverso scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas. La trama, infatti, vede l’autore celarsi sotto le vesti di un impiegato piuttosto svogliato che, presa una pausa dal lavoro con la scusa di essere ricaduto nella depressione, decide letteralmente di isolarsi dal resto del mondo per dare vita al progetto di un’opera molto particolare: un libro fatto di note, più o meno lunghe, su tutti quegli scrittori che, nell’apice della loro carriera o nella luce promettente degli esordi, hanno deciso di coltivare l’arte del categorico rifiuto tanto cara al celebre personaggio melvilliano, emblema della negazione. Una negazione che, nel loro caso, contrasta con il loro immenso talento. E così, in una sapiente miscela di citazioni, aneddoti e ricordi che ingolosirebbero qualsiasi buon lettore, si alternano note su Rimbaud, sui personaggi di Kafka (Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dal suo ufficio, neppure la domenica), sul Monsieur Teste di Valéry, su Cervantes, su Carlo Emilio Gadda (questi, invece, affetto da una sindrome di Bartleby al contrario, dal momento che lasciava interrotti i suoi romanzi a causa della sua tendenza a scrivere all’infinito) e, all’interno di una parentesi dedicata all’arte, sul genio di Marcel Duchamp. Il susseguirsi dei piccoli capitoli, scritti con una prosa lineare e intrigante, fa sì che la lettura risulti veloce e leggera senza perdere d’interesse, anche perché tante sono le storie di scrittori meno conosciuti. Un libro consigliato vivamente a tutti gli amanti dei classici e a chi, come me, è riuscito ad affezionarsi al disarmante Bartleby di Melville.

Quattro ciliegie.

Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie. 

Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie

Che gran calore in quella risata, come se fosse in grado di abbracciare qualcuno anche dalla parte opposta di una stanza.

La maestra dei colori, Aimee Bender