Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie. 

Avevo amato l’antologia con cui Fabio Stassi aveva collezionato, in Holden, Lolita, Živago e gli altri, stralci di vite immaginarie di alcuni tra gli scrittori più importanti che si ricordino, in una moderna raccolta all’Antologia di Spoon River. L’avevo amato per la sua scrittura elegante, quasi classica e seducente, che in quelle pagine - brevi e intense - si sublimava davvero. Sono rimasta invece interdetta di fronte a Come un respiro interrotto: romanzo certamente ben scritto, ma che a mio avviso manca di trama, o meglio, una trama convincente che esuli dal puro esercizio di stile, di forma, al quale il lettore inevitabilmente è chiamato ad assistere. Da un lato il racconto in prima persona della protagonista, una cantante dalla voce indimenticabile la cui famiglia di mezzosangue dà al romanzo un tocco márqueziano; dall’altro le testimonianze degli uomini che l’hanno conosciuta e che da lei si sono lasciati sedurre, affascinare, attrarre in modi diversi. Queste due parti ben definite del romanzo, scritte in modo impeccabile, non hanno saputo comunque secondo me ‘capire cosa fare da grandi’, col risultato che questo libro rappresenta un esperimento bello ma inutile, che per quanto si sforzi di esserlo non riesce a risultare urgente né necessario e la cui storia sfugge sempre - come la sua protagonista - ad un’emozione precisa, definita. Questa sua volatilità, unita ad un tocco di dispersione, ha purtroppo sporcato il mio giudizio. Tre ciliegie

Che gran calore in quella risata, come se fosse in grado di abbracciare qualcuno anche dalla parte opposta di una stanza.

La maestra dei colori, Aimee Bender

(…) immaginare di conoscere un’altra persona è difficilissimo. Passare per la stessa identica sequenza di cose. Dire le stesse frasi che ormai ho già detto tante volte: le grandi dichiarazioni, le solenni rivelazioni sulla mia infanzia e sul mio carattere. Il cauto svelare le proprie insicurezze. Tutte cose che ho già detto, e che a tutt’oggi restano piazzate nella testa di persone che se ne stanno chissà dove a viversi vite delle quali non posso più far parte.

La maestra dei colori, Aimee Bender

Con La maestra dei colori ho letto davvero tutto di Aimee Bender, scrittrice statunitense ed esordiente ormai sedici anni fa, che nel tempo ho potuto scoprire, adorare e recensire in questo sito. L’amo così tanto che continuo a comprare i suoi libri di racconti, sperando che prima o poi si convinca a scrivere un terzo romanzo (dopo Un segno invisibile e mio e L’inconfondibile tristezza della torta al limone, che sono tra i libri più belli che ho letto negli ultimi tre anni). Così le do sempre fiducia, vincendo per lei la mia ritrosia verso il genere del racconto, quello con cui si è fatta conoscere e continua ancora a farsi apprezzare ma che secondo me, in qualche modo, la rende costantemente incompleta. In questa raccolta di 15 pezzi, il suo eclettismo si rende ancora più palese che in antologie come Creature ostinate o La ragazza con la gonna in fiamme/Grida il mio nome: la Bender arriva addirittura a confrontarsi col fiabesco o quello che in quarta di copertina viene generosamente definito “realismo magico”. All’interno di queste storie vivono e si muovono personaggi struggenti e tormentati, che l’autrice sa guidare con sapienza e consapevolezza. Ma dovendoli abbandonare sempre troppo presto e riconoscendogli, di tanto in tanto, dei naturali momenti di stanca, mi chiedo quando potrò godere di un’altra opera lunga e completa, il genere in cui - a mio parere - tutto il talento di questa scrittrice può esprimersi al meglio. Nel frattempo il mio giudizio di fronte a questa nuova raccolta rimane, purtroppo, nuovamente e ancora un po’ freddo. Tre ciliegie. 

Con La maestra dei colori ho letto davvero tutto di Aimee Bender, scrittrice statunitense ed esordiente ormai sedici anni fa, che nel tempo ho potuto scoprire, adorare e recensire in questo sito. L’amo così tanto che continuo a comprare i suoi libri di racconti, sperando che prima o poi si convinca a scrivere un terzo romanzo (dopo Un segno invisibile e mio e L’inconfondibile tristezza della torta al limone, che sono tra i libri più belli che ho letto negli ultimi tre anni). Così le do sempre fiducia, vincendo per lei la mia ritrosia verso il genere del racconto, quello con cui si è fatta conoscere e continua ancora a farsi apprezzare ma che secondo me, in qualche modo, la rende costantemente incompleta. In questa raccolta di 15 pezzi, il suo eclettismo si rende ancora più palese che in antologie come Creature ostinate o La ragazza con la gonna in fiamme/Grida il mio nome: la Bender arriva addirittura a confrontarsi col fiabesco o quello che in quarta di copertina viene generosamente definito “realismo magico”. All’interno di queste storie vivono e si muovono personaggi struggenti e tormentati, che l’autrice sa guidare con sapienza e consapevolezza. Ma dovendoli abbandonare sempre troppo presto e riconoscendogli, di tanto in tanto, dei naturali momenti di stanca, mi chiedo quando potrò godere di un’altra opera lunga e completa, il genere in cui - a mio parere - tutto il talento di questa scrittrice può esprimersi al meglio. Nel frattempo il mio giudizio di fronte a questa nuova raccolta rimane, purtroppo, nuovamente e ancora un po’ freddo. Tre ciliegie. 

Pensai: non mi devo dimenticare che la realtà è una ressa, niente di semplice, niente di chiaro, strato su strato senza nessun ordine se non l’ordine che riusciamo ad inventarci.

Fare scene (Una storia di cinema), Domenico Starnone

Sono stato a occhio e croce come i bambini di cui parla Coleridge, che giocano a rimproverare i fiori fingendo che non siano fiori ma bambini cattivi, e per farlo come si deve ricorrono alle parole con cui sono stati loro stessi sgridati e frustati.

Fare scene (Una storia di cinema), Domenico Starnone

La mia passione per Domenico Starnone ha radici lontane, quando ormai due anni fa mi capitò tra le mani Autobiografia erotica di Aristide Gambía, un romanzo meraviglioso, inaspettato e forse ingiustamente poco conosciuto. Starnone, vincitore tra l’altro dello Strega nel 2001 con Via Gemito, in Fare scene (Una storia di cinema) torna indietro nel tempo per raccontare - in questo breve romanzo-saggio - com’è nata la sua passione per il cinema. Diviso in tre sezioni ‘cinematografiche’, questo libro contiene uno sguardo recente e antico sulla settima arte, sul suo avvento nel dopoguerra italiano ma anche sulla costruzione moderna del lavoro sui film. Un esercizio di bella scrittura che prepara il terreno ad una piacevole lettura, scorrevole, intelligente e a volte tenera. Quattro ciliegie. 

La mia passione per Domenico Starnone ha radici lontane, quando ormai due anni fa mi capitò tra le mani Autobiografia erotica di Aristide Gambía, un romanzo meraviglioso, inaspettato e forse ingiustamente poco conosciuto. Starnone, vincitore tra l’altro dello Strega nel 2001 con Via Gemito, in Fare scene (Una storia di cinema) torna indietro nel tempo per raccontare - in questo breve romanzo-saggio - com’è nata la sua passione per il cinema. Diviso in tre sezioni ‘cinematografiche’, questo libro contiene uno sguardo recente e antico sulla settima arte, sul suo avvento nel dopoguerra italiano ma anche sulla costruzione moderna del lavoro sui film. Un esercizio di bella scrittura che prepara il terreno ad una piacevole lettura, scorrevole, intelligente e a volte tenera. Quattro ciliegie

Poiché il cognome di mio padre era Pirrip, e il mio nome di battesimo Philip, la mia lingua infantile non riuscì mai a ricavare dai due nomi nulla di più lungo o di più esplicito di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e Pip finii per essere chiamato. 
L’incipit di Grandi speranze, si sa, è famosissimo. Tante volte, nel corso degli anni, l’ho letto e riletto in piedi in libreria, davanti allo scaffale dei Classici, e altrettante volte ho riposto il volume al suo posto, dicendomi che prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto per affrontare Charles Dickens e la sua grandezza, evocata un po’ ovunque, specie nei miei libri universitari. Quel momento è arrivato, portandosi dietro una scia di entusiasmo insperato: Grandi speranze è davvero un’opera incredibile, uno di quei tipici romanzi le cui storie finiscono per coinvolgerti perché ti sta a cuore il destino del protagonista, al quale inevitabilmente ti sei affezionato. Pip narra in prima persona le sue avventure, percorrendo una lunga parabola che parte dall’infanzia vissuta in povertà, per poi soffermarsi sulla promettente giovinezza trascorsa a Londra (frutto dell’inaspettata ricchezza a cui è stato destinato per diventare gentiluomo), per concludersi, infine, negli anni della maturità, ovvero nella dimensione ideale che gli permette di analizzare e raccontare anche i più piccoli particolari della sua storia. I personaggi che lo circondano - l’amato cognato Joe, la misteriosa e infelice Miss Havisham, il criminale Magwitch, il migliore amico Herbert e, su tutti, la bellissima e algida Estella -, nelle loro varietà funzionali e caratteriali, non fanno che rendere pittoresco e multiforme il romanzo, tra l’altro reso già appassionante dal susseguirsi di capitoli brevi. Inutile svelare particolari riguardo la trama, complessa ma ordinatissima; basti dire che ci sono molti colpi di scena, dettagliate descrizioni, dialoghi divertenti, scene cariche di humour, momenti drammatici e tristi, picchi di dolce romanticismo. Un classico immancabile tra le letture di tutti: cinque ciliegie.

Poiché il cognome di mio padre era Pirrip, e il mio nome di battesimo Philip, la mia lingua infantile non riuscì mai a ricavare dai due nomi nulla di più lungo o di più esplicito di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e Pip finii per essere chiamato. 

L’incipit di Grandi speranzesi sa, è famosissimo. Tante volte, nel corso degli anni, l’ho letto e riletto in piedi in libreria, davanti allo scaffale dei Classici, e altrettante volte ho riposto il volume al suo posto, dicendomi che prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto per affrontare Charles Dickens e la sua grandezza, evocata un po’ ovunque, specie nei miei libri universitari. Quel momento è arrivato, portandosi dietro una scia di entusiasmo insperato: Grandi speranze è davvero un’opera incredibile, uno di quei tipici romanzi le cui storie finiscono per coinvolgerti perché ti sta a cuore il destino del protagonista, al quale inevitabilmente ti sei affezionato. Pip narra in prima persona le sue avventure, percorrendo una lunga parabola che parte dall’infanzia vissuta in povertà, per poi soffermarsi sulla promettente giovinezza trascorsa a Londra (frutto dell’inaspettata ricchezza a cui è stato destinato per diventare gentiluomo), per concludersi, infine, negli anni della maturità, ovvero nella dimensione ideale che gli permette di analizzare e raccontare anche i più piccoli particolari della sua storia. I personaggi che lo circondano - l’amato cognato Joe, la misteriosa e infelice Miss Havisham, il criminale Magwitch, il migliore amico Herbert e, su tutti, la bellissima e algida Estella -, nelle loro varietà funzionali e caratteriali, non fanno che rendere pittoresco e multiforme il romanzo, tra l’altro reso già appassionante dal susseguirsi di capitoli brevi. Inutile svelare particolari riguardo la trama, complessa ma ordinatissima; basti dire che ci sono molti colpi di scena, dettagliate descrizioni, dialoghi divertenti, scene cariche di humour, momenti drammatici e tristi, picchi di dolce romanticismo. Un classico immancabile tra le letture di tutti: cinque ciliegie.

Come può evadere il prigioniero se non aprendosi un varco attraverso il muro? Per me, la balena bianca è quel muro, ficcatomi contro. Talvolta penso che al di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Mi occupa; mi colma.
Rielaborare un’opera come Moby Dick non è affatto semplice. Scrivo a distanza di una settimana dalla conclusione di questa lettura leggendaria, e le considerazioni in merito fanno ancora fatica a cristallizzarsi. Dopo aver letto Bartleby lo scrivano e Benito Cereno, ero sicura che la strada verso Moby Dick fosse ormai spianata, ma mi sbagliavo. Questo libro (per quanto sia limitativo definirlo così) non è soltanto la storia, popolarissima, di una baleniera dal nome Pequod che naviga in lungo e in largo per soddisfare la sete di vendetta del monomaniaco capitan Achab, rimasto senza una gamba dopo uno scontro con la balena bianca; non prevede soltanto la narrazione delle varie tappe della navigazione e del fatale scontro finale con il terribile leviatano; è, in definitiva, il lavoro di Herman Melville, scrittore eruditissimo che, poste le basi di una sua piccola esperienza autobiografica per mare, è riuscito a creare un qualcosa di grandioso, una storia dalla struttura moderna che attinge da miriadi di fonti (giusto per citare quelle letterarie: Dante, Shakespeare, Coleridge, Swift e Sterne, oltre che Nathaniel Hawthorne, dedicatario dell’opera) per diventare un interessante coacervo di mondi che si intersecano tra loro, da quello filosofico a quello scientifico, per finire in quello biblico. Nel tomento di Achab, doloroso e rabbioso, si riconosce il tormento di tutti gli uomini feriti a morte, la cui vendetta non può essere che cieca; Moby Dick, di conseguenza, è l’incarnazione della spietatezza della natura, della forza e del male del mondo; la parabola segnata dal Pequod rappresenta il nostro viaggio per i meandri dell’esistenza: queste dovrebbero essere le basi simboliche più comuni con cui interpretare l’opera. Ma la cosa migliore da fare, come mi ha detto qualcuno, è quella di spogliarla delle sue valenze allegoriche e dei suoi significati “altri”, per prenderla così com’è, meravigliosamente intensa, a tratti commovente a tratti didascalica, scritta con una passione mai incontrata prima. Troppe sarebbero le cose ancora da dire, ma un’ulteriore analisi sminuirebbe il significato, anche soggettivo, che i suoi lettori le hanno attribuito. Di una cosa sono certa: Moby Dick è quel libro destinato a cambiarti la vita. 
Cinque ciliegie.

Come può evadere il prigioniero se non aprendosi un varco attraverso il muro? Per me, la balena bianca è quel muro, ficcatomi contro. Talvolta penso che al di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Mi occupa; mi colma.

Rielaborare un’opera come Moby Dick non è affatto semplice. Scrivo a distanza di una settimana dalla conclusione di questa lettura leggendaria, e le considerazioni in merito fanno ancora fatica a cristallizzarsi. Dopo aver letto Bartleby lo scrivano e Benito Cereno, ero sicura che la strada verso Moby Dick fosse ormai spianata, ma mi sbagliavo. Questo libro (per quanto sia limitativo definirlo così) non è soltanto la storia, popolarissima, di una baleniera dal nome Pequod che naviga in lungo e in largo per soddisfare la sete di vendetta del monomaniaco capitan Achab, rimasto senza una gamba dopo uno scontro con la balena bianca; non prevede soltanto la narrazione delle varie tappe della navigazione e del fatale scontro finale con il terribile leviatano; è, in definitiva, il lavoro di Herman Melville, scrittore eruditissimo che, poste le basi di una sua piccola esperienza autobiografica per mare, è riuscito a creare un qualcosa di grandioso, una storia dalla struttura moderna che attinge da miriadi di fonti (giusto per citare quelle letterarie: Dante, Shakespeare, Coleridge, Swift e Sterne, oltre che Nathaniel Hawthorne, dedicatario dell’opera) per diventare un interessante coacervo di mondi che si intersecano tra loro, da quello filosofico a quello scientifico, per finire in quello biblico. Nel tomento di Achab, doloroso e rabbioso, si riconosce il tormento di tutti gli uomini feriti a morte, la cui vendetta non può essere che cieca; Moby Dick, di conseguenza, è l’incarnazione della spietatezza della natura, della forza e del male del mondo; la parabola segnata dal Pequod rappresenta il nostro viaggio per i meandri dell’esistenza: queste dovrebbero essere le basi simboliche più comuni con cui interpretare l’opera. Ma la cosa migliore da fare, come mi ha detto qualcuno, è quella di spogliarla delle sue valenze allegoriche e dei suoi significati “altri”, per prenderla così com’è, meravigliosamente intensa, a tratti commovente a tratti didascalica, scritta con una passione mai incontrata prima. Troppe sarebbero le cose ancora da dire, ma un’ulteriore analisi sminuirebbe il significato, anche soggettivo, che i suoi lettori le hanno attribuito. Di una cosa sono certa: Moby Dick è quel libro destinato a cambiarti la vita. 

Cinque ciliegie.

Mi sembra che abbiamo enormemente frainteso questa faccenda della Vita e della Morte. A me sembra che ciò che chiamano la mia ombra qui sulla terra sia la mia vera sostanza. A me sembra che nel guardare alle cose spirituali noi somigliamo fin troppo alle ostriche, che osservano il sole attraverso l’acqua e ritengono quell’acqua la più rarefatta delle atmosfere. A me sembra che il mio corpo non sia che la feccia del mio essere migliore. In realtà, si prenda il mio corpo chi vuole, se lo prenda pure, dico, tanto non sono io. E allora tre evviva per Nantucket, e la lancia sfondata e il corpo sfondato vengano quando vogliono, ché l’anima non può sfondarmela neanche Giove in persona.

Herman Melville - Moby Dick

Fino ad oggi, ero l’unica a non aver mai letto nulla di Andrea Camilleri nella mia famiglia, dove tutti sono appassionati da sempre alle vicende del famosissimo Commissario Montalbano, sia nella loro versione scritta che in quella (tele)visiva (a quanto pare abbastanza fedele ai romanzi). La forma dell’acqua è la prima di una lunghissima serie di indagini che vede protagonista il commissario catanese - uno di quelli che quando voleva capire una cosa la capiva -, alle prese qui con le contraddizioni di una morte all’apparenza naturale ma che presenta, a suo parere, tutte le carte in tavola per trattarsi di omicidio. Tralasciando i particolari della sua investigazione e dei tanti passaggi che porteranno il mistero ad essere inevitabilmente sciolto, vorrei invece soffermarmi proprio sulla figura del personaggio Salvo Montalbano, e sui motivi che, secondo me, lo hanno reso nel tempo così seguito e amato. A colpire non è soltanto il suo innato e ostinato buon istinto (qualità prima di tutti i commissari, investigatori, detective, poliziotti protagonisti dei romanzi gialli), ma la sua assoluta libertà di movimento e di pensiero, il suo non attenersi agli orari e alle regole, il suo essere profondamente umano, senza finzioni, senza meriti in cambio; anche quando è circondato da donne bellissime e sensuali, il senso di fedeltà per l’amata Livia, che vive a Genova e che non sempre comprende il fascino che la crudele Sicilia infonde nel commissario, resta saldo, incrollabile. Questa serie di ottime peculiarità (accompagnate da inevitabili difetti, come ad esempio un’irascibilità che pare dominarlo) sono incorniciate dallo stile simil verista di Camilleri, zeppo di termini siculi, con cui Montalbano si esprime e che dona al lettore l’impressione di trovarsi di fronte ad un amico, perlopiù in una cittadina, Vigàta, che sembra reale ma che è solo il frutto della fantasia dello scrittore. 
Nell’intervista ad Andrea Camilleri che chiude la mia edizione (fatta vent’anni dopo l’uscita de La forma dell’acqua) s’intuisce che nella seconda indagine, presente ne Il cane di terracotta, Montalbano acquisisce maggior muscolatura, e più spazio chi lo circonda. Ritengo sia un valido motivo per seguirlo ancora.
Cinque ciliegie.

Fino ad oggi, ero l’unica a non aver mai letto nulla di Andrea Camilleri nella mia famiglia, dove tutti sono appassionati da sempre alle vicende del famosissimo Commissario Montalbano, sia nella loro versione scritta che in quella (tele)visiva (a quanto pare abbastanza fedele ai romanzi). La forma dell’acqua è la prima di una lunghissima serie di indagini che vede protagonista il commissario catanese - uno di quelli che quando voleva capire una cosa la capiva -, alle prese qui con le contraddizioni di una morte all’apparenza naturale ma che presenta, a suo parere, tutte le carte in tavola per trattarsi di omicidio. Tralasciando i particolari della sua investigazione e dei tanti passaggi che porteranno il mistero ad essere inevitabilmente sciolto, vorrei invece soffermarmi proprio sulla figura del personaggio Salvo Montalbano, e sui motivi che, secondo me, lo hanno reso nel tempo così seguito e amato. A colpire non è soltanto il suo innato e ostinato buon istinto (qualità prima di tutti i commissari, investigatori, detective, poliziotti protagonisti dei romanzi gialli), ma la sua assoluta libertà di movimento e di pensiero, il suo non attenersi agli orari e alle regole, il suo essere profondamente umano, senza finzioni, senza meriti in cambio; anche quando è circondato da donne bellissime e sensuali, il senso di fedeltà per l’amata Livia, che vive a Genova e che non sempre comprende il fascino che la crudele Sicilia infonde nel commissario, resta saldo, incrollabile. Questa serie di ottime peculiarità (accompagnate da inevitabili difetti, come ad esempio un’irascibilità che pare dominarlo) sono incorniciate dallo stile simil verista di Camilleri, zeppo di termini siculi, con cui Montalbano si esprime e che dona al lettore l’impressione di trovarsi di fronte ad un amico, perlopiù in una cittadina, Vigàta, che sembra reale ma che è solo il frutto della fantasia dello scrittore. 

Nell’intervista ad Andrea Camilleri che chiude la mia edizione (fatta vent’anni dopo l’uscita de La forma dell’acqua) s’intuisce che nella seconda indagine, presente ne Il cane di terracotta, Montalbano acquisisce maggior muscolatura, e più spazio chi lo circonda. Ritengo sia un valido motivo per seguirlo ancora.

Cinque ciliegie.

Si tratta, in realtà, di una rilettura. Quando lessi questo libro durante le scuole medie, ne rimasi affascinata ed entusiasta, tanto da considerare Oscar Wilde il mio scrittore preferito in assoluto (facendo scendere al secondo posto della classifica il mio amato Calvino), cosa che mi portò a cercare e sottolineare, anche in altre sue opere, i famosi “aforismi”, gli stessi di cui oggi si abusa in maniera spropositata. Non so se considerarlo un errore di gioventù oppure una svista, fatto sta che il tempo è passato e che le mie sensazioni, le mie opinioni in merito alla lunghissima lettera che Wilde scrisse durante la detenzione nel carcere di Reading e indirizzò al mandante della sua rovina, l’amato Lord Alfred Douglas, sono nettamente cambiate. L’abuso di citazioni di cui sopra, molte tratte da questo libro e, da quel che vedo, isolate e inserite in contesti sbagliati, ha fatto la sua parte, riducendo il significato purissimo di questa opera d’arte, in cui lo scrittore svela per la prima volta il suo io più intimo, umano, profondo, sincero. Inoltre, ho trovato la prima parte (quella in cui passa in rassegna, con profondissima amarezza, le tappe rovinose che lo hanno portato ad essere accusato di sodomia) fin troppo prolissa e ripetitiva. Di certo non mancano i picchi alti e sublimi che solo un cuore appassionato come quello di Wilde poteva raggiungere, ma non sono bastati a farmi rivalutare a pieno - come anni fa - l’opera.
Tre ciliegie.

Si tratta, in realtà, di una rilettura. Quando lessi questo libro durante le scuole medie, ne rimasi affascinata ed entusiasta, tanto da considerare Oscar Wilde il mio scrittore preferito in assoluto (facendo scendere al secondo posto della classifica il mio amato Calvino), cosa che mi portò a cercare e sottolineare, anche in altre sue opere, i famosi “aforismi”, gli stessi di cui oggi si abusa in maniera spropositata. Non so se considerarlo un errore di gioventù oppure una svista, fatto sta che il tempo è passato e che le mie sensazioni, le mie opinioni in merito alla lunghissima lettera che Wilde scrisse durante la detenzione nel carcere di Reading e indirizzò al mandante della sua rovina, l’amato Lord Alfred Douglas, sono nettamente cambiate. L’abuso di citazioni di cui sopra, molte tratte da questo libro e, da quel che vedo, isolate e inserite in contesti sbagliati, ha fatto la sua parte, riducendo il significato purissimo di questa opera d’arte, in cui lo scrittore svela per la prima volta il suo io più intimo, umano, profondo, sincero. Inoltre, ho trovato la prima parte (quella in cui passa in rassegna, con profondissima amarezza, le tappe rovinose che lo hanno portato ad essere accusato di sodomia) fin troppo prolissa e ripetitiva. Di certo non mancano i picchi alti e sublimi che solo un cuore appassionato come quello di Wilde poteva raggiungere, ma non sono bastati a farmi rivalutare a pieno - come anni fa - l’opera.

Tre ciliegie.